Il decennio del cambiamento sociale (1968-1979)
Concilio vaticano II (1962-1965)
Rappresentare e raccontare i grandi cambiamenti evolutivi nella cultura cattolica italiana e di conseguenza nell’associazionismo giovanile vissuti a partire dalla seconda metà degli anni ’60 fino alla fine degli anni ’70 senza evidenziare quanto il Concilio Vaticano II sia stato fattore innovativo e propulsivo di tali cambiamenti sarebbe alquanto ottuso e autoreferenziale se si pensa al mutamento che anche l’organizzazione scout visse in quegli anni.
Il Concilio Vaticano II permise alla Chiesa di autoregolarsi e di evolversi rispetto ai cambiamenti sociali che venivano in essere. I grandi temi del Concilio quali l'immagine di Chiesa come "popolo di Dio" ed il nuovo ruolo riconosciuto ai laici, l'attenzione al mondo ed ai problemi dell'uomo, la forte centralità della Parola di Dio ed una nuova sensibilità liturgica, ed infine, anche il nuovo spirito missionario permisero ai cattolici di ritrovarsi più vicini alla propria fede e permise la nascita di quel movimento che ad oggi è alla base anche della continuità della stessa Chiesa: il laicismo. Il sacerdote dà unica istituzione decisionale della Parrocchia, diventa membro di un organo democratico in cui personale ecclesiastico condivide con i laici le scelte di fede e le esperienze da sviluppare nella comunità.
Lo Scautismo si pone ai grandi cambiamenti proposti dal Concilio come il movimento che probabilmente aveva già in buona parte anticipato i tempi sui diversi temi trattati e si trova, in quel contesto appieno al passo coi tempi.
Lo scautismo risulta in questo contesto, come l’espressione più autentica e vicina al progetto di catechesi post concilio. Al centro del percorso ecclesiale c’è la comunità laica insieme con il sacerdote e non più il sacerdote quale unico padre e pastore della comunità.
Il Gruppo Scout Ostiglia 1 prova a organizzarsi (1968)
Anche nelle Province gli effetti e i cambiamenti sociali cominciano a sentirsi. Il corso della secolarizzazione e delle nuove tematiche sociali mutano gli assetti, le attitudini e le necessità anche della società civile nei territori provinciali.
In realtà, il metodo scout si evolve già nel primo dopoguerra. In particolare, durante il Jamboree Mondiale che si tiene nel 1947 a Moisson, in Francia, i Capi ASCI scoprono realtà nuove che, negli anni successivi, influenzano profondamente tutta l’associazione. Una di queste realtà nuove è il Gruppo Scout, cioè l’unione di un Branco di Lupetti, di un Riparto di Esploratori e di un Clan di Rovers. Al momento dello scioglimento dell’ASCI (1927), l’organizzazione di Gruppo Scout non esisteva e pertanto per gli scout italiani questa risulta una grandissima novità
Nell’ASCI del 1927 tutto ruota attorno ad un unico Riparto dove coesistono squadriglie di Lupetti, squadriglie di Esploratori, squadriglie di Pionieri, con attività, uscite, campi che spesso sono comuni. L’associazione nel secondo dopoguerra, raccomanda una separazione delle tre Branche, ma in certe piccole realtà questo è solo un pio desiderio.
Ad Ostiglia solo alla fine degli anni ’60 i capi di allora: Claudio Solera e Franco Panazza, decidono che sia giunto il momento di ampliare l’offerta dello scautismo ostigliese e pertanto decidono di dedicarsi anche ai ragazzi più giovani. Molti bambini delle elementari sentivano la volontà di avvicinarsi con la promessa che si potesse trovare un nuovo modo per divertirsi e giocare.
La prima branca lupetti si costituì con tre sestiglie e il primo Akela del Gruppo Ostiglia 1 fu appunto Claudio Solera, mentre si ebbe l’iniziale esperienza di una donna capo scout, Carla Giacominelli, nel ruolo di Bagheera, presto sostituita da Giorgio Gabrieli.
L’arrivo di Don Antonio Mattioli ad Ostiglia (1970)
Don Antonio Mattioli arriva ad Ostiglia come curato nel 1970 subito dopo essere stato consacrato sacerdote a Castiglione. Don Antonio è un giovanissimo sacerdote entrato in seminario seguendo il forte senso religioso della madre che lo riagganciava alla tradizione del cattolicesimo lombardo. Un cattolicesimo vicino ai grandi temi sociali delle comunità, capace di unire temi religiosi e sociali, come lui stesso raccontava ricordando il vescovo di Brescia sfilare con gli operai in sciopero.
In un contesto di forti cambiamenti in cui la Chiesa doveva evolversi e cercare di diventare il luogo in cui i giovani trovavano le risposte alle loro inquietudini e un ambiente in cui poter esprimere e sviluppare le proprie idee in un percorso di fede. Ad Ostiglia l’allora parroco Mons. Brunelli ebbe la consapevolezza e la disponibilità di delegare i suoi due giovani curati la completa gestione dell’apertura della parrocchia ai movimenti laici cattolici giovanili.
Durante gli anni Sessanta, i parroci si erano allontanati dalle attività dei gruppi parrocchiali laici, quali lo scautismo, mentre in questo periodo e con l’introduzione nelle parrocchie dei principi conciliari, la Chiesa si apre ai laici e il sacerdote condivide e opera nella comunità, insieme a lei.
Don Antonio cominciò a rapportarsi e a frequentare il gruppo scout Ostiglia 1 e a conoscere per la prima volta il movimento scout. Nel mentre Don Alberto Bonizzi, l’atro curato di Ostiglia, seguiva i gruppi giovanili non scout.
L’approccio allo scautismo fu per Don Antonio sorprendente poiché pur non conoscendo e non avendo avuto precedenti esperienze se non la formazione teorica del seminario comprese da subito i valori e l’opportunità che lo scautismo avrebbe potuto dare a lui e alla comunità in cui si trovò ad operare.
Don Antonio comprese e sposò appieno il concetto dell’autoeducazione che sostenne non solo negli scout ma anche nei gruppi parrocchiali di giovani laici che nel decennio ad Ostiglia guidò. Dall’autoeducazione capì anche il senso di essere comunità piena di donne e uomini che si autogovernano e sviluppano un progetto educativo ecclesiastico in coeducazione.
Ben presto Don Antonio non fu solo il curato a supporto degli scout ma divenne dal 1972 al 1980 colui che diede l'indirizzo del progetto educativo scout dell’Ostiglia 1.
Don Antonio non fu solo guida del gruppo scout ma ispirò tanti giovani a interessarsi ai grandi temi sociali e politici di quegli anni. È anche grazie al suo sostegno che Ostiglia inizia ad interessarsi ai movimenti pacifisti arrivando ad organizzare a partire dai primi anni ottante le annuali giornate della Pace.
Lasciata Ostiglia nel 1980, la diocesi gli diede la grande sfida di essere parroco della parrocchia di Lunetta-Frassino. Un'esperienza “di frontiera”, come raccontava, in un quartiere dove emarginazione e lavoro si fondevano in un tutt’uno. Qui è stata la parte centrale della sua esperienza di parroco, vissuta per 18 anni sino a che, nel 1998, è stato scelto per guidare la parrocchia di Castel Goffredo.
Nel 2009, gli venne assegnata l’importante ruolo di guida del Seminario diocesano. Un’esperienza forte, che lo vide lavorare per far crescere i nuovi sacerdoti in un momento di crisi delle vocazioni, ma anche di adesioni sempre più lucide da parte dei giovani seminaristi al dettato evangelico.
Don Antonio ci ha lasciato a 74 anni nel 2020. Nel suo percorso pastorale, trasmise il grande amore per la montagna e per la strada. La strada come strumento educativo sia nella dimensione dell’amore per il creato sia come esercizio per il perseguimento di un mondo migliore.
La Nascita dell’Agesci (1974)
Alla fine degli anni Sessanta, l’Italia come tutto il resto del mondo vive i forti contrasti sociali e gli impetuosi cambiamenti che modificheranno il corso della storia e delle mode e costumi della nostra società. I conflitti nella società civile, la lotta ai diritti di equità e uguaglianza negli schemi culturali dell’Italia conformista degli anni 50 e 60 trovano in questi anni, in particolare nei movimenti giovanili, forza e idee innovative e rivoluzionarie.
Le contestazioni giovanili, i movimenti per i diritti delle donne e dei lavoratori. Le derive anche purtroppo violente che tutto ciò comporta e comporterà nel corso degli anni Settanta fino alla strage della stazione di Bologna del 1980 trovano nello scautismo una rielaborazione che permise allo stesso movimento di essere elemento di ispirazione e guida alle istanze provenienti dalla società e alle inquietudini del mondo giovanile.
Il movimento scout si evolve, non fa da resistenza alla società che cambia ma dà una risposta positiva ai mutamenti sociali. La politica entra come tema e come scelta responsabile, si riflette e si vanno ad applicare quelle che sono le forme culturalmente evolutive che lo scautismo dona alla società: forme di coeducazione tra maschi e femmine; un fortissimo senso di responsabilità verso i più deboli; l’esercizio di una condivisione del potere, con l’introduzione a tutti i livelli associativi della diarchia tra un uomo e una donna; il rifiuto sistemico al porre il movimento sottoforma di appendice di specifici partiti politici; la maturazione della scelta e della politica dell’associazione sui temi dell’ambientalismo e del pacifismo; la pratica del confronto e del rispetto nei rapporti umani e la fiducia spontanea per l’uomo all’autogovernarsi.
Furono questi i risultati di una reinterpretazione di fattori che si riveleranno, opportunamente sollecitati dallo spirito del tempo e dall’insieme dei cambiamenti in atto nella società religiosa e civile italiana, elementi decisivi per lo sviluppo di forme evolute di educazione alla cittadinanza.
I Capi scout, in questo quadro in cui si matura l’esigenza di strutturare e definire un progetto educativo e di formazione caratterizzato da una forte attenzione ai ragazzi e al linguaggio per dialogare con loro senza troppi formalismi, cominciano ad avere l’esigenza anch’essi di istruirsi. Tale consapevolezza ha sicuramente nel corso della fine degli anni Sessanta garantito alle associazioni scout cattoliche di non crollare ma di sapersi con umiltà preparare alle grandi sfide di adattamento e guida di fine secolo.
“Proviamo ad ascoltare le parole mutevoli e incoerenti dei giovani d’oggi, le loro esigenze, il loro grido di ribellione e di protesta, i loro canti e le loro canzoni dove, sotto espressioni esagerate, dietro gesti inaccettabili, vive una ricerca di verità, di giustizia, di amore, una speranza e una fede nei valori: e chiediamoci se e come rispondiamo: chiediamoci se per caso non stiamo una volta di più tradendo la verità e deludendo le attese del mondo…” [Scriveva allora don Giorgio Basadonna nel 1968]
La vicenda che ha portato nel 1974 alla fusione tra l’associazione femminile (AGI) e quella maschile (ASCI) dello scautismo cattolico italiano è stata il punto più alto e innovatore, ideologicamente sofferto, di quel generale processo di maturazione delle generazioni cristiane che, non avendo partecipato direttamente alla Seconda guerra mondiale e alle scelte politiche che ne seguirono, avevano trovato nell’esperienza del Concilio Vaticano II e nell’apertura dell’Italia sulla scena economica e civile internazionale ad esso contemporanea, l’occasione per appropriarsi della storia repubblicana e per entrare a pieno titolo nella vicenda della democrazia nazionale.
Il 4 maggio 1974 nasce l’AGESCI dalla fusione tra Asci e Agi appunto e si approva il Patto Associativo, che contiene le scelte fondamentali caratterizzanti l'Associazione; ne fanno parte la scelta scout, la scelta cristiana, la scelta politica.
La nascita dell’AGESCI è solo un primo passo nella stesura e nella definizione dell’identità dell’associazione. Le modifiche al Patto Associativo approvate nel 1976 dal Consiglio Centrale e la Route Comunità Capi di Bedonia (PR) del 1979 sanciscono il ruolo e le fondamenta di quello che è il movimento scout cattolico attuale: un’iniziativa educativa liberamente promossa da credenti che vive nella comunione ecclesiale in cui la comunità capi professa la propria fede ed il proprio progetto educativo coinvolgendo e facendo partecipare liberamente ragazzi e ragazze che accettano i principi del metodo vissuto proporzionalmente alla loro età.
Ad Ostiglia il Gruppo Scout tra il 1974 e la fine degli anni Settanta definirà per sempre quello che poi si esprimerà per tutti gli anni Ottanta e novanta. Un gruppo scout forte, strutturato, improntato al confronto con la società civile e pronto a servire ma ad essere anche da propositore e propulsore di iniziative politiche, sociali e di fede molto forti.
L’entrata delle ragazze nel Gruppo Ostiglia 1
L’arrivo di Don Antonio Mattioli e la volontà dell’Associazione di spingere ed incitare l’entrata di ragazze all’interno dei gruppi, porta solo comunque nel 1977-78 all’entrata delle prime ragazze scout ad Ostiglia. In particolare, prima nel Clan con l’adesione di Ermana Marelli, Luciana Dani, Maria Luisa Bellavia, Giovanna Toniolo, Giovanna Fabiani e successivamente nel Reparto. Il primo campo scout con squadriglie femminili si svolse nel 1978 a Lenzumo con le squadriglie: Aironi (Barbara Ghisi, Francesca Vincenzi, Sabrina Cugola, Nicoletta Gazzoni, Elisabetta Valicelli, Katia Salata e Cristina Martini) e Cobra (Monica Gazzoli, Cristina Mazzali, Maria Pia Valicelli e Roberta Corniani). Le ragazze provenivano dai gruppi parrocchiali fino ad allora unici gruppi cattolici ad Ostiglia che vedevano la partecipazione anche del genere femminile.
La vita e le abitudini scout con l’entrata delle ragazze non cambiarono, si continuò a svolgere le stesse attività, senza particolari distinzioni.
La scelta di entrare a far parte dello scautismo ostigliese sicuramente è stata per queste ragazze motivo di orgoglio anche se probabilmente non tutta la comunità vedeva di buon occhio tale scelta. Probabilmente anche all’interno delle squadriglie maschili tale novità non fu subito assimilata perfettamente. Si rompeva un equilibrio tra i ragazzi, si vedevano queste ragazze come “intruse” ma lo scautismo ci rende sicuramente migliori per i principi che esprime e manifesta, per quello che ci fa affrontare e condividere. La fatica della strada e il rispetto della legge, le attività di cooperazione e collaborazione sono punti su cui tante ragazze e ragazzi hanno costruito e definito le loro personalità, hanno permesso a tanti di capire, comprendere vivere ideali di uguaglianza, rispetto delle diversità in tutte le varie accezioni.
Una particolare esperienza fu quella di Giovanna Fabiani che entrò da adulta, a 19 anni, negli scout e svolse il ruolo di capo reparto. Visse l’esperienza scout dal 1977 al 1981 partecipando ovviamente a tutti i campi estivi. Inizialmente la sua attività si svolse con un reparto esclusivamente maschile e pertanto la sua figura fu importante per avviare anche nel gruppo ostigliese un processo educativo di coeducazione.
Il movimento dell’obiezione di coscienza (1972-1977)
Lo scautismo è per i singoli individui che lo hanno vissuto un fattore di ricchezza valoriale e di opportunità di conoscere, confrontarsi e maturare scelte forti, posizioni dirompenti che danno valore alla comunità ma allo stesso tempo garantiscono all’uomo e alla donna scout la coscienza di essere cittadino attivo del mondo.
La rappresentazione di quanto lo scautismo ostigliese durante gli anni Settanta prenda coscienza del proprio ruolo politico e sociale all’interno di un territorio e di una società in evoluzione, si rileva non solo quindi dalle attività e dai servizi organizzati come comunità ma anche dalle scelte dei singoli, dalle posizioni politiche e sociali prese da quei ragazzi.
Nei giovani ragazzi degli anni Settanta si smuove la coscienza della pace e della volontà di essere testimoni di una posizione forte e rivoluzionaria nei confronti del militarismo e della tradizionale considerazione che la pace si possa solo ottenere attraverso le armi.
Nel 1972 venne approvata la legge Marcora che introduceva per la prima volta in Italia la legge sull’obiezione di coscienza, permettendo poi a partire dal 1974, la possibilità ai ragazzi in età di servizio di leva di optare per il servizio civile. In realtà la lotta ad una scelta equa e pienamente libera dell’obiezione di coscienza rispetto alla leva militare non si risolse in pochi anni, basti pensare che si dovette arrivare fino alla fine degli anni Novanta per avere una normativa equa e completa.
La lotta civile che permise l’approvazione di questa legge fu dura e piena di ostacoli. Tra i principali sostenitori per l’ottenimento di questo diritto vi fu Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza d’Italia che venne anche a parlare in quegli anni ad Ostiglia e che permise a tanti ragazzi di allora di conoscere questa scelta politica per la pace. I ragazzi del Clan di allora tra il ’77 e il ‘79 si interessarono del tema grazie ai capi di allora: Gabriele Poletti.
Gabriele Poletti, storico capo scout dell’Ostiglia 1 dalla fine degli anni Sessanta, fu, insieme a Gabriele Gabrieli, il primo obiettore di coscienza della provincia di Mantova.
Grazie anche alla spinta e all’appoggio di Don Antonio che ispirava e incitava i ragazzi a darsi da fare e ad essere testimoni di servizio e di esempio nella società civile il Clan organizza in quegli anni diverse iniziative che coinvolgono anche ragazzi non scout: festa dell’ultimo dell’anno, il supporto all’apertura di una cooperativa musicale che insegnava musica.
Inoltre, veniva svolto un servizio presso le abitazioni di tre anziani, tra cui una Signora che viveva in Via Serraglio Rocca a Ostiglia di nome Maria Bassi in cui il Clan coltivava il suo orto. Quel servizio fu l’inizio del legame tra Maria e il Gruppo Scout Ostiglia 1.
Route Nazionale Comunità Capi di Bedonia (PR) (1979)
La Route Nazionale della Comunità Capi del 1979 è stata una pietra miliare fondamentale nel percorso di crescita e di maturazione del progetto educativo scout cattolico italiano.
Il Tema della Route era “Una proposta educativa per i giovani degli anni ‘80”.
Si crearono all’interno del Campo dei gruppi di lavoro sui principali temi di educazione giovanile e di come costruire una proposta educativa e non solo, per le classi giovanili del futuro.
La necessità era quella di verificare come il progetto Agesci potesse ancora rispondere alle situazioni attuali. Si stabilì che sarebbe stata da lì in poi la Co.Ca ad elaborare il “progetto educativo” di ogni gruppo con attenzione alle dimensioni pedagogiche del servizio e al suo inserimento nelle realtà sociali ed ecclesiali nelle quali il gruppo scout avrebbe vissuto.
L’obiettivo era garantire che Agesci potesse con la sua concretezza scout definire un percorso che non fosse solo di parole ma soprattutto di azioni efficaci e questo non avrebbe potuto realizzarsi solo con una Route ma entrando nello specifico delle realtà sociali che ogni comunità avrebbe vissuto e affrontato ogni giorno.
La comunione della strada, delle idee e dell’educazione come atto d’amore da professare nella società e nei giovani a cui va assegnata un'enorme fiducia, sono i concetti, in sintesi, che vennero espressi da Giancarlo Lombardi – Presidente Agesci - nella relazione finale della Route.